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  • Fiorellino

Un sentimento di speranza e ricrescita che si affaccia da dietro il muro...

Voglio provare qualcosa di nuovo. Ho impostato e cominciato questo blog qualche mese fa, con tanta voglia di comunicare e esplorare me stessa, alla ricerca di una pace e una serenità che non ho mai vissuto prima. Ma quasi subito sono caduta vittima del bisogno di approvazione, forse il mio più grande ostacolo all'evoluzione personale.


Un tempo ero brava con le parole, liceale leggevo e assorbivo, elaboravo e esprimevo. Poi concentrandomi sulla scienza studiando in francese e di seguito tra l'America e l'Inghilterra principalmente comunicando con stranieri in inglese, la mia lingua materna ha perso un bel po' della sua profondità. Non mi sento più sicura nella mia stessa lingua. A pensarci sembra strano, quasi impossibile. I pensieri sono parole e di pensieri ne ho in sovrabbondanza. Dove sono le parole?

Suppongo che siano tutte la dentro da qualche parte, ma si mischiano tra di loro e si associano differentemente ad occasioni e contesti diversi.


Non ho mai voluto fare terapie in italiano, anche se ne ho avuto l'opportunità un paio di volte. La mia prima psicologa, che infatti era bilingue italiano-francese, pensava che ci fosse sotto qualcosa, ma non l'abbiamo mai elaborato. Quando cominciai il blog per la prima volta lo scrissi in inglese. Perché è la mia lingua più attuale, pensavo. Ma quando un amico mi chiese perché lo scrivessi in inglese, andai in panico, cercando di trovare ragioni plausibili che mostrassero che non fosse vanità. Passai qualche giorno a pensarci ma mi partì l'ansia e dopo un po' di virtuose capriole emozionali decisi di cancellare tutto. Tutti i posts finirono nel cestino, e rimasero solo la foto della mia gattina Gemma, lassù in prima pagina, e quella del mio bosco meraviglioso, dove vado a correre quando riesco e a passeggiare altre volte e che mi sta salvando la salute mentale in quest'anno di pandemia.


È possibile che sia dal giorno che ho cancellato tutti i miei post che non scrivo più. Ho scritto tanto sul mio progetto di lavoro, ma non personalmente. Neanche su un diario o fogli persi. Oggi però mi sono riconnessa a certi social media e riflettendo al bisogno di risposta e conferma e approvazione che provo ogni volta che mi espongo su uno di quei profili, in un momento di rara lucidità ho avuto l'illuminazione seguente: sarà possibile che cerco conferma dagli altri perché non approvo di me stessa? Ho scoperto l'acqua calda...

Il punto è che sono andata avanti nella riflessione e chiedendomi cosa posso fare in questo momento per cambiare la situazione ho pensato a mettere i miei pensieri per iscritto, per aiutarmi a metterli un pochino in ordine, evitare discese spericolate e solitarie nei meandri della mia mente e magari anche riattivare i miei neuroni letargici. E così mi è tornato alla mente il mio blog semi-abbandonato e ho deciso di fargli un'altra possibilità, con in più

la sfida di provare qualcosa di nuovo, e cioè scrivere nella mia lingua materna. Chissà se è vero che ciò mi permetterà di raggiungere altri livelli di profondità. Se non altro il tempo e la pazienza che devo mettere ad andare a cercare le lettere con accento nei caratteri speciali della mia tastiera inglese sono un esercizio meditativo di auto-controllo da non sottovalutare.


Se dovessi descrivere le mie 3 lingue, direi che l'italiano è la lingua della mia infanzia. Quella con cui sono stata bambina, figlia. Il francese è la lingua dell'università e della mia coppia. La scoperta di tanta conoscenza scientifica, sentimentale, e sociale. E poi è arrivato l'inglese, che è più semplice, più vago come linguaggio. È il mio linguaggio professionale e scientifico. Ma anche quello di straniera, con cui ho viaggiato, migrato, e quello che in un certo modo mi permette di nascondermi, di isolarmi. Ah. È possibile che scrivere un blog di ricerca personale in inglese sia per me un modo di tenerlo, fosse anche solo leggermente, separato da me. LA me. Quella sotto sotto?


Da una parte non lo escludo, credo che la mente sia capace di molto di più di quello per cui le diamo credito, ma dall'altra è anche vero che la maggioranza dei libri che ho letto sull'evoluzione personale, l'introspezione, l'esplorazione di se stessi, sono praticamente tutti in inglese, quindi probabilmente il mio è anche un compromesso tra la praticità di utilizzare la lingua che mi viene più spontanea nel contesto attuale, e il tentativo di distanziarmi dal mio io spaventato, e possibilmente anche dalla mia infanzia.


Annuncio, cercando di cambiare la lingua del blog ho scoperto che tutti i miei post precedenti sono stati salvati nelle bozze. Magari un giorno deciderò di publicarli di nuovo, dopotutto nulla vieta di avere un blog multilingue. Tra l'altro una delle grandi differenze tra lo scrivere in italiano e in inglese che mi sono venute in mente nel periodo che ho passato a riflettere sul perché della mia scelta linguistica, è il potenziale publico raggiunto. Con l'inglese si raggiungono molte più persone e da tutto il mondo. Ammetto che non ho mai letto blogs in italiano, ma suppongo che non siano tanti diversi da quelli in inglese. Ma ancora più importante per non dire essenziale è l'accettazione che non ho bisogno di essere letta e approvata. A mettere le carte in tavola, come a me può aiutare leggere storie di esperienze di altri, se le mie riflessioni possono aiutare qualcun'altro a sentirsi meno perso, ben venga. Ma qui la cosa importante è che io ho bisogno di dare spazio ai troppi pensieri che mi accavallano in testa. Che siano in esperanto o marziano, ce ne sono troppi, e non mi fa bene tenerli dentro a macerare.

Oggi ho letto un testo di un amico caro che parlava di come il suo punto di vista sia cambiato drammaticamente qualche tempo dopo aver cominciato a impostare le sue frasi come una scelta, o come un dato di fatto, invece che un dovere o una imposizione. Non "devo" andare a casa, ma "ho voglia di andare" o semplicemente "vado". Praticamente ha assunto un linguaggio che sottindende la propria scelta nel fare quello che fa... assumere le conseguenze delle proprie decisioni è un soggetto su cui potrei scrivere per anni, e forse un giorno lo farò. Mi piacerebbe davvero.


Credo che avere il coraggio delle proprie scelte sia l'inizio della presa a carico della propria vita. Smettere di dare la colpa agli altri e alle circostanze esterne per spiegare la nostra situazione e cominciare ad accettare che in quel momento abbiamo fatto del nostro meglio, considerando le conoscenze e armi che avevamo a nostra disposizione. È forse il primo grande passo essenziale verso un cammino di scelte e errori riconosciuti, accettati e perdonati. Ooooohh, essere capace a riconoscere i miei errori, accettarli e perdonarli, un'altra visione quasi divina.


Vado a vedere se trovo una foto che descriva il mio stato mentale attuale, il punto do partenza, oppure il sentimento di speranza e ricrescita che si affaccia da dietro il muro...




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