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  • Fiorellino

mioddiosequalcunolosapessemorirei

Mi sale un conflitto riguardo al soggetto di questo blog. Continuare a lasciare uscire i pensieri come vengono, cercare di seguire un percorso, o scrivere a vanvera per passare il tempo durante le notti insonni? Sento lo sguardo critico del mio io interiore che mi osserva e ha già cominciato a inviare piccoli messaggini intimidatori, sul come sia inutile, non interessante, ma tieniti dentro tutto quello schifo che sennò se qualcuno poi lo legge vedono quanto sei patetica-ridicola-stupida-....


Mi chiedo da dove venga l'idea che qualcosa debba essere o perfetto o nascosto. Fa parte della mia personalità innata o è stata acquisita nel tempo? Ho visto una bella immagine l'altro giorno su facebook, la copio qua accanto, che mi ha stupito. Leggendo la lista di tratti caratteriali di un ipersensibile non solo mi ci ritrovo 100%, ma mi accorgo che molti di quei tratti che credevo difetti spaventosi e orribili che mioddiosequalcunolosapessemorirei sono comuni ad altre persone. Per lo meno a 2 persone, quella che ha creato l'immagine e quella che l'ha condivisa sul suo profilo fb.


Mi ritrovo spesso a riflettere sull'omogeneità della società. Biologicamente parlando l'essere umano è debole, disarmato, nudo, insomma non un granché a difendersi, tranne quando si mette in branco e crea, costruisce armi e difese. Da cui derivano l'evoluzione delle circonvoluzioni cerebrali e il bisogno dell'essere accettato. La persona sola muore. Oggigiorno di solito non si viene attaccati da iene affamate se non si vive in comunità, ma la solitudine reale o percepita possono essere altrettanto dolorose e perfino fatali. Il bambino che cresce sviluppa un senso di comunità in famiglia, a scuola, al corso di teatro, alle riunioni religiose. Alcuni cercano compagnia, altri stanno più soli, ma inconsciamente beneficiano del branco che li protegge. In adolescenza arriva l'onda crudele e spietata della moda, dal vestire, al parlare, al pettinarsi, alla musica, tutto diventa una ricerca del gruppo con cui ci si identifica meglio. Poi andando avanti si comincia ad accettarsi un po' di più, a scegliere il proprio stile, ad esprimere la propria personalità. Forse perché si diventa pronti a creare il proprio branco (biologicamente parlando)?


L'unica esperienza educativa che ho vissuto è la mia e quella dei miei figli. Non so se le differenze siano dovute alla distanza geografica o quella generazionale, ma ci sono differenze astronomiche tra la mia e la loro educazione scolastica. Al di là del materiale insegnato, l'approccio al bambino che osservo nelle scuole dei miei bimbi non ha nulla a che vedere con quella che ho vissuto io. Quello che vedo ora è una riconoscenza dell'individualità dei bambini e dei loro bisogni. Quindi forse ne posso dedurre che i miei figli crescano potenzialmente con una scatola in meno attorno a loro. Un'altra differenza significativa che osservo è quella tra il bisogno quasi ossessivo dei miei genitori di volermi non attrarre attenzione, non dare nell'occhio, non essere diversa e la mia curiosità verso l'eccentricità di mia figlia (che ne va fiera, di essere diversa). Se poi ci aggiungiamo l'educazione religiosa che in quanto femmina ti condanna già in partenza, forse ne posso concludere che educazione, religione e società contribuiscono significativamente al mio disagio sociale.


Credo che il soggetto a cui sto girando intorno è il fatto che quei tratti caratteriali indicati nell'immagine facciano parte di me, che siano parzialmente innati e parzialmente acquisiti o no. Certo a volte fa male e tante volte mi sento a disagio, ma devo imparare non solo a conviverci, ma anche a riconoscere che non sono di per se dei difetti. Di certo non mi rendono un mostro. Vorrei trovare la lucidità di osservare le emozioni quando le sento salire da dentro, invece di partire in overdrive e nel panico cercare di mantenere uno status quo (immaginario) mangiando, o sclerando, o scappando nel mio mondo e isolarmi in camera lontano da tutti. Vorrei sviluppare la capacita di fermare tutto, respirare, guardare con curiosità e accettazione qualsiasi pasticcio emotivo che il mio io ipersensibile m'invia, e quando l'onda è passata guardarla da dietro e imparare. Impararmi. Volermi bene.

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